TRIVELLE, QUORUM, MARE

“Dammi tre parole, trivelle, quorum, mare,

dammi un referendum che fa votare…”

Forse Valeria Rossi non cantava propriamente così, tuttavia direi che l’adattamento si presta bene perchè è più attuale. Non lo sarà per molto, come sempre tutto il polverone alzatosi sui social media e nei vari media sparirà in quattro e quattr’otto. Non c’è molto da aggiungere, direi che la satira sulla negligenza e la pigrizia degli italiani si è già sbizzarrita a volontà. Eppure mi sento di unirmi al coro.

Ma davvero ha votato così poca gente?

C’è la crisi, c’è la sfiducia, ma se non ci mettiamo un po’ di impegno cosa crediamo di ottenere? Sicuramente (e hanno voluto dimostrarcelo più e più volte in questi anni, a partire da governo tecnico, se non prima) il voto non farà la differenza, ma può essere la base della “rivoluzione”, se mai ci sarà: a forza di far vedere che ci importa ma che nessuno ci ascolta forse qualcuno darà il la per cambiare le cose! Ma se tutto tace, come potremo ribellarci? I nostri (non troppo) futuri tiranni di fronte al primo, vero disordine potranno dirci che noi non abbiamo dimostrato interesse, dunque la rivolta è illecita, e come dargli torto?

In sostanza niente quorum

Io sono andata a esprimere il mio voto, indipendentemente da cosa uno vota alla fine. Quando mi hanno vista entrare hanno sgranato gli occhi e mi hanno detto: “Ferma, ferma! Ecco le forbici, taglia il nastro!”. Già, perchè non c’era nessuno e l’evento della comparsa di un cittadino meritava una degna inaugurazione. Ma io dico, cosa ci costa andare a votare? Almeno facciamolo per i soldi: in una sola stanza (e ce n’erano altre) vi erano la bellezza di quattro scrutinatori. Avete una pallida idea di quanto sono stati pagati per togliersi la lana dall’ombelico? Perchè questo hanno fatto, dal momento che erano tutti a casa propria. E quindi niente quorum. Nemmeno lontanamente.E in mancanza del quorum beviamoci un liquorum.

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TINTARELLA DI LUNA…

Si avvicina il caldo d’estate e con esso il periodo in cui dovremmo mostrare una tintarella dorata. Dovremmo. Dico dovremmo perchè io faccio parte di quella categoria di persone che non si abbronza. Le opzioni che ho sono due, e due soltanto: ustionarmi, diventare fuxia e poi spellare come le lucertole, cambiando pelle a mo’ di tuta (ovviamente niente a che vedere con la tuta in pelle di cat woman), oppure spalmarmi crema solare protezione 70 con la cazzuola e girare coperta da uno strato unto e vestiti lunghi e coprenti. Già.

…Tintarella color latte…

No, non è una tintarella color latte, nel mio caso è più simile al gorgonzola: il mio pallore stride con il blu delle vene, abbinamento che nel Cinque/Seicento avrebbe riscosso un gran successo ma che nel nostro millennio, giunta l’estate, mi rende solo un cesso. Insomma, fa rima, ma non è la stessa cosa. Io ci provo a colorirmi, ma davvero, sembra che sia impossibile. Un estate fa  (…non c’eri che tu….. ah no questa in realtà e degli homo Sapiens,  non di Mina!), ero al mare con un’estetista che si è presa a cuore la mia abbronzatura e così, in tre settimane, imponendomi giorni e giorni e giorni e giorni di sole e creme gradualmente meno protettive è riuscita a farmi diventare scura. Ero basita dal colore che avevo assunto, ero sicura che se avessi chiesto il permesso di soggiorno all’ambasciata marocchina me lo avrebbero dato. Invece, ahimè, tornata a casa ecco l’amara verità. Mentre passeggiavo tronfia e piena di me, già pronta a vantarmi della mia prima vera abbronzatura ecco che cosa mi sono sentita dire da tutti coloro che ho incontrato: “Ma come, non dovevi andare al mare? Alla fine sei rimasta qui??”. Capite? Nonostante tutto la base bianchiccia di partenza è riuscita a rendere patetica quella che mi sembrava un’abbronzatura che Belen poteva invidiare (solo l’abbronzatura ovviamente). Ho provato in seguito a farmi le lampade: soldi buttati, ma proprio buttati.

…Tutta notte sopra il tetto… sopra il tetto come i gatti!

Tutta notte sopra il tetto? Ragà, da quella volta ecco dove sono stata: tutta notte nel baretto, tutto il giorno dentro il letto! Tanto per me prendere il sole è inutile, quindi dormiamo di giorno e ubriachiamoci di notte! Se non posso abbronzarmi almeno lasciatemi sbronzare! (.. con la bottiglia in mano! Ah no questo è Cutugno, non Mina!)

 

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PROCEDURE TELE(MATTI)CHE

Dopo aver cambiato residenza ormai da qualche mese (novembre 2015) finalmente oggi ho preso il coraggio a due mani e mi sono detta: DEVI portare a termine ciò che hai iniziato. Infatti, sebbene io abbia formalizzato il trasferimento l’8 dicembre, tutte le pratiche sono rimaste a metà. Se devo essere sincera non soltanto per pigrizia.

Ad esempio

Vi sembra plausibile che cambiando residenza lo spostamento della “tassa dell’immondizia” richieda una procedura a parte? Io non lo sapevo, l’ho scoperto per caso parlando con un’amica che lavora al comune. Onestamente non riesco neppure a capirne il motivo: perchè dovrei cambiare residenza, ma andare fino a Canicattì dove stavo prima per buttare la spazzatura? O forse chi ha ideato questa cosa guarda troppi reality Real Time e crede che siamo tutti degli accumulatori compulsivi di monnezza? Perchè in automatico il Comune non mette una piccola postilla sui moduli? “Pinco Pallo vuole disfarsi delle sue scorie nello stesso indirizzo sopracitato”. Fine.

Per un po’ mi sono illusa che la questione fosse più complessa: il Comune non può fare questo perchè l’operazione è a carico dell’ente che gestisce la raccolta rifiuti. Invece no. Ad occuparsi del tutto ci pensa il Comune. Ho chiamato la scortesissima signorina che lavora all’ufficio informazioni del municipio e sono stata trattata a pesci in faccia. Questa non è l’unica pratica che, nonostante il mio impegno e un orecchio rovinato dalla cornetta del telefono, non sono ancora riuscita a concludere.

Ad esempio

Fino a poco tempo fa cambiando luogo di residenza bisognava cambiare anche medico di base. Tuttavia mi è stato assicurato che da qualche anno non funziona così: stia tranquilla, il suo medico se lo può tenere stretto. Eh ok. Così un bel giorno mi reco dal dottore per farmi curare un’otite, che forse mi è venuta a forza di telefonare a destra e a manca per capire cosa fare con la mia spazzatura, e vengo accolta così:

“Ma come mai non è più mia assistita?”

Cioè, un momento. Non sono più una paziente dello studio? Ma almeno posso sapere a chi mi hanno affibbiata?

A nessuno. Il motivo per cui la regola “Ti puoi tenere stretto il medico” non ha funzionato con me è che la mia residenza attuale cade sotto la competenza di un’altra Asl. Ok. Ma almeno avvisarmi? Mandarmi una notifica? Io capisco che il Comune non se la senta di mettere una clausola sul modulo di nuova residenza per la tassa sui rifiuti, ma l’Asl, mentre mi sta eliminando, non potrebbe mandare una mail automatica per fare almeno sapere che non si è più figli di nessuno?

Rassegnata a dover cronicizzare l’otite ho provato a capire in quale ufficio e con quali moduli devo recarmi per tornare ad avere un dottore (anche perchè l’età avanza e ne avrò sempre più bisogno. Almeno per farmi curare l’otite da telefonate per avere un medico e il diritto di buttare i rifiuti nel mio paese.)

Finchè scopro una bellissima opportunità: “Per farle evitare la coda agli sportelli può eseguire la procedura online direttamente da casa”.

Bene, e facciamolo! Evitiamoci una coda!
Passaggio 1 ok. Passaggio 2 ok. Passaggio 3 ok. Passaggio 1569 ok. Vuole fare testamento vista l’attesa? Passaggio 49323 ok. Termina.
“Per completare la procedura la invitiamo a recarsi presso gli sportelli autorizzati entro 45 giorni munita di carta d’identità, tessera sanitaria, patente, libretto, certificato di nascita del fratello della vicina di casa di sua nonna, un salame per gradire (anche di cioccolata) e la sua anima.
Ma cos….?!

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LA TISANA DEPURATIVA

Eccoci infine giunti alla fine di questa ennesima tornata di feste. Nonostante Pasqua sia lontana da Capodanno, tutti coloro che il primo gennaio affermano di essere a dieta sanno di mentire: chi mai potrebbe trovare la forza di mettersi a dieta sapendo che presto saremo tentati da gustosi ovetti di cioccolato e da colombe glassate? Come resistere alla torta pasqualina e alla pastiera napoletana? Come evitare la grigliata del Lunedì dell’Angelo? Nessuno si mette davvero a dieta a capodanno, incoraggiato dagli strati di vestiti che copriranno le impietose protuberanze di grasso ancora per qualche mese.

Eppure la coscienza urla nelle povere teste di tutti

Natale, capodanno, Epifania, Pasqua e Pasquetta mettono a dura prova il fegato e il pancreas di ognuno di noi. Quante diete sono state sacrificate dall’abbondanza dei pasti? Quanti sono stati i sensi di colpa annegati in montagne di uova kinder? La speranza di riuscire finalmente a perdere i kg di troppo, di condurre uno stile di vita sano, di non fare schifo insomma, sembra dover essere spazzata via dalla ciclicità delle feste. Ma se la Resurrezione festeggiata a Pasqua ci ha dato la speranza della vita nell’aldilà, che cosa ci darà la speranza di arrivarci più tardi possibile in questo benedetto aldilà? Cosa ci salverà dal colesterolo alto e dai trombi di grasso?

C’è solo una speranza…

Ciò che ci può aiutare dopo le feste è niente di meno che… la tisana depurativa! Ammettetelo: tutti dopo giorni di abbuffate avete concluso la giornata dicendo: “Stasera niente cena. Solo una bella tisana!”. Manco la bella tazza di tisana potesse dilavare via i quintali di porcherie che ci si sono depositate in quel posto laddove la schiena perde il suo onorevole nome.

Crediamoci, amici.Crediamoci. E buona tisana a tutti! 🙂

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VIA DE L’AMÙU

Mi stringo nel cappotto, nonostante il caldo soffocante, mentre guardo fuori dal finestrino. Spesso il treno viene inghiottito dalle gallerie scavate nella montagna, buchi neri che hanno reso possibile il passaggio della ferrovia, altrimenti bloccato dalla roccia della scogliera. Presto fuori dal finestrino potrò ammirare la vastità del mare senza questi continui intermezzi bui.

Una vampata di caldo mi avvolge: il ricordo della mia destinazione mi ha provocato un brivido poco fa, ma il calore artificiale che riempie il vagone mi soffoca, così mi tolgo la giacca con un gesto leggermente stizzito: perché sui treni non si riesce mai a trovare una temperatura gradevole? È da molti anni che non viaggio più sui treni: avevo 25 anni quando il mio lavoro di pasticcera ha iniziato a fruttare e mi ha permesso di acquistare un’automobile. Nonostante questo non ho dimenticato i disagi che provavo sul treno. In piena estate, quando all’esterno il solleone causava sudorazioni estreme, sui vagoni si poteva conservare senza problemi una vaschetta di gelato. I dolori al collo causati dall’aria condizionata erano i miei migliori amici. Viceversa, mentre la neve si posava lieve nel mondo attorno a me, non mi sarei stupita di trovare al posto del controllore un giovane che con voce dalla squillante invitava i passeggeri urlando: «Coccobello!»

È evidente che le cose non sono cambiate, nonostante siano passati 10 anni dalla mia ultima corsa sui binari.

Mi spoglio e appendo la giacca che indossato per cambiare treno al gancio apposito accanto al sedile, poi allungo le gambe, intenzionata a godermi il viaggio. Ormai manca soltanto un’oretta alla destinazione ma non devo più correre e stare attenta alle stazioni: sono partita da Torino stamattina presto e ho preso la coincidenza a Genova. Avevo appena quattro minuti per saltare sul trenino ligure, ma ormai non sono più allenata come quando ero più giovane. L’idea di avere soltanto quattro miseri minuti per trovare il binario e il vagone giusti mi ha tenuta in uno stato di tensione dal momento in cui mi sono svegliata.

Sorrido: tutto questo stress – l’alzata mattutina, il treno, la coincidenza ravvicinata, le temperature tropicali… – solo per sentirmi più vicina a te, anche se mi hai lasciata. Mi verrebbe voglia di tirarmi un pugno in faccia da sola, chi me lo ha fatto fare di prendere una giornata di riposo dal lavoro soltanto per… Te? Le mie amiche, mia madre, mio fratello, tutti! Tutti mi hanno detto di essere pazza a fare questo viaggio verso le Cinque Terre soltanto per te, che te ne sei andato. Mi hanno quasi convinta di avere torto… Beh, in realtà so che il mio gesto è infantile… Chi si farebbe questo viaggio soltanto per cercare dentro se stessa qualcuno che ha osato lasciarmi in questo modo?

Alzo gli occhi al cielo. Il mio capo me la farà pagare… Proprio in questo periodo di carnevale e Pasqua mi sono presa un giorno per questa gita da psicopatica piagnucolona che non sa accettare un addio di questo genere!

Istintivamente mi verrebbe voglia di tirare un calcio al sedile davanti: quel rompiscatole del capo può andare all’inferno. In dieci anni che lavoro da lui ho fatto il minimo sindacale per quanto concerne ferie e similari. E anche questa volta ho fatto fin troppo per lui, prendendomi soltanto un giorno e mezzo di permesso! Domani pomeriggio sarò di nuovo chiusa nel laboratorio dolciario, che cosa vuole ancora da me? Chi si farebbe Torino – Cinque Terre/ Cinque Terre – Torino in un solo giorno per senso del dovere? Avrei potuto concedermi una bella settimana di vacanze.

Ti lamenti dia ver preso solamente un giorno o poco più? Vorrei ben vedere, la tua motivazione è ridicola. Andare fino a là per… Guarda, non farmelo neppure dire!

Così mi ha detto. Così mi hanno detto tutti. E invece io, testarda, sono partita lo stesso.

Sospiro e smuovo la borsa, adagiata accanto a me, per cercare il cellulare, ma con il movimento sveglio la mia compagna di viaggio. Un mugolio mi intenerisce il cuore.

«Oh, povero amore, ti ho svegliata?»

La piccola cucciola meticcia inizia a leccarmi le mani, un po’ frastornata dall’ambiente che la circonda.

«Non ricordi? Siamo sul treno, stiamo andato al Parco nazionale delle Cinque Terre!»

Lila continua a leccarmi le mani. Ha soltanto un anno ed è piccola di taglia. Per fortuna, mi sta saltando addosso e se fosse più grossa mi schiaccerebbe con la sua irruenza!

Rido, tentando di placare la sua voglia di coccole e di giocare.

«Dai, Lila, siamo ancora sul treno! Tra poco potrai scorrazzare nella macchia ligure!» le assicuro, bloccandola e aiutandola (ok, forzandola!) a stendersi. Lei mi scocca uno sguardo annoiato e un po’ offeso.

Eddai, giochiamo! , sembra dirmi. La osservo intenerita. Lila rappresenta l’ultimo, e direi anche il più importante, regalo che mi hai fatto. Mi sono sentita costretta a portarla, dopotutto quel bel giorno che mi hai piantata in asso hai abbandonato anche lei. La piccola Lila ti cerca ancora, soprattutto quando la faccio giocare con la pallina e quando la porto a spasso a guinzaglio. Pare quasi domandarmi dove diavolo tu sia finito e perché sono sempre io a portarti a spasso, da sola.

La accarezzo. Almeno mi hai lasciato un regalo con cui consolarmi.

Mentre la sconsolata cucciolina si rimette a dormire io approfitto per connettermi su facebook e guardare le nostre foto, visto che questo viaggio lo sto dedicando a te, per mettermi il cuore in pace e trovare qualcun altro che meriti il mio amore.

Alla prima foto i ricordi mi assalgono. Ci sei tu sdraiato sul letto, con la tua solita faccia quasi diffidente. Quando ancora abitavi con me. Ripensare al giorno in cui ci siamo incontrati è inevitabile. O meglio, in cui ci siamo scontrati. Avevo appena trovato il lavoro in pasticceria, ero emozionata perché finalmente, con quello stipendio, potevo fare dei progetti. Dei progetti veri, non programmi che si estendevano al massimo fino ai tre mesi successivi. Addio stage, addio precarietà e vita da mantenuta! Il primo passo sarebbe stato andare a vivere da sola!

E invece il destino aveva voluto diversamente… da sola non avevo mai vissuto. Avevo incontrato te, occhi color nutella. Un colore bellissimo, considerando che la nutella era stato il motivo che mi aveva spinta a studiare l’arte bianca. Come potevo non restare colpita dal tuo sguardo? Mi hai fatta cadere dalla bicicletta mentre tornavo a casa, nel quartiere Cit Turin, tagliandomi la strada bruscamente. Io ero caduta e mi ero sbucciata il ginocchio, e anche tu avevi fatto un bel capitombolo… Volevo arrabbiarmi, ma poi i tuoi occhi mi hanno conquistata. Certo, non eri il tipo di cui chiunque si poteva innamorare: un caso umano, con qualche difetto fisico, tipo quella cicatrice sul naso… E un carattere così difficile! Sapevi sedurre con un solo sguardo di cioccolata, e altrettanto in fretta potevi far perdere la pazienza con il tuo carattere difficile. Non sempre avevi voglia di coccole… Me ne sono accorta non appena siamo andati a vivere insieme… Quante volte sul divano me ne stavo da sola, mentre tu prendevi annoiato il sole primaverile sul balcone. E quante volte le passeggiate duravano meno del previsto perché tu volevi startene a casa. Eri un solitario.

Scorro le foto: noi due con gli amici, sul terrazzo per la festa di inaugurazione della casa di Maria. Noi due al matrimonio di mio fratello, tre anni fa. Noi due abbracciati sul divano, immortalati in un selfie terribile: il tuo naso sfregiato sembra gigante, i miei occhi azzurri sono rossi a causa del flash. Tu sei un po’ girato, mi guardi di sbieco.

Scorro indietro l’album virtuale, con gli occhi umidi. Sono passati soltanto pochi giorni dall’ultima volta che abbiamo dormito sotto lo stesso tetto. Non mi ero neppure accorta che te ne stavi per andare, com’è possibile? Sembrava tutto a posto, sembravamo felici!

Improvvisamente eccole: le foto delle Cinque Terre, l’ultima volta che ho fatto una vacanza in treno: la prima vacanza con te. La tua sagoma che si staglia sulla spiaggetta di Corniglia, con il sole alle spalle, mi provoca una fitta al cuore. Tu, così introverso, durante quella prima vacanza insieme ti eri sciolto, aprendoti a me e dimostrandomi l’amore che provavi, pur faticando a dimostrarlo. Questa foto che ti ho fatto è bellissima: sfuggente, scattata mentre tu corri verso il mare, nel sole, nonostante l’acqua gelida. Non so come tu abbia fatto a tuffarti! Io non ho bagnato neppure i piedi, nonostante tu mi avessi pregata in ogni modo di gettarmi con te.

Quella vacanza alle Cinque Terre è stata la nostra prima vacanza insieme, la mia ultima vacanza fatta con il treno. Per questo ora, che mi hai abbandonata senza darmi nessun preavviso, sento che per poter tornare ad amare qualcuno fidandomi devo fare questo viaggio. In treno. Per cercare te, noi, e rassegnarmi del fatto che non esitiamo più. Con Lila, il regalo più bello che tu mi abbia fatto.

Rido, Lila si sveglia di nuovo, ma capisce che non può ancora muoversi.

«Ti ho svegliata? Scusami, amore della mamma! Sei o no l’amore della mamma?» la coccolo. Poi le spiego perché ridevo. Il vagone è vuoto e posso parlare con la cagnolina senza sentirmi sciocca, posso definirmi sua madre e fare la voce da rimbambita apertamente, senza vergogna, come farei nell’intimità di casa nostra.

Mi mordo il labbro.

Mia, non nostra. Ci sono solo più io a casa. Io con la mia bimba pelosa.

«Ripensavo a tuo padre.» mi scappa detto. «A quando mi ha regalato te. È stato il regalo più bello della mia vita!» affermo baciandola.

Mi immergo in un nuovo ricordo. Un anno fa la portinaia aveva suonato il campanello. Quando ho aperto l’uscio sono rimasta paralizzata: la vecchiaccia malefica, una donna sempre di cattivo umore, ti stringeva tra le braccia con un po’ di disgusto. Non c’è da stupirsi, l’unica bestia per cui la donna provava amore era la sua deliziosa barboncina. Ma perché trattare quel povero meticcio come spazzatura di cui liberarsi il prima possibile?

«Ecco qua, tieni. Indovina chi me lo ha lasciato, apposta per te?» ha gracchiato, quasi lanciandomi quel fagottino appena svezzato. La mia Lila.

Ho faticato a non ridere. Tu con la portinaia non andavi d’accordo nemmeno un po’, vi davate sempre addosso. Lei era sempre irata e mal disposta verso la tua strafottenza e tu… Beh, tu strafottente! E quale modo migliore di farmi avere un delizioso cucciolo se non facendo uno scherzo alla megera? Lasciarlo proprio a lei come un pacco postale da consegnare al mittente era stato geniale. Un dono a me, un ulteriore dispetto a lei.

Il treno si ferma. Siamo arrivati.

«Dai Lila, andiamo! Abbiamo poco tempo!»

Scendiamo dal treno al volo, lei scodinzola, io ho un groppo al cuore. Però, da perfetta romantica, so di avere bisogno di rivivere quel ricordo felice che ho vissuto con te, ho bisogno di riviverlo mentre sto soffrendo perché mi hai lasciata.

Nonostante siano passati degli anni, ricordo perfettamente ogni nostro passo. Prima di incamminarmi verso la meta ben precisa, però, ho bisogno di prendere un panino e, soprattutto, del bagno.

Quanto mi scappa! Quasi corro verso il piccolo bar dove sono venuta con te, davanti al mare di Manarola. Per fortuna sulla porta c’è l’adesivo: io posso entrare, riferito ai cani. Non avrei avuto il tempo di cercare un altro bagno, me la sarei fatta addosso!

Quasi urlo al barista: «Vado in bagno!» e mi ci fiondo, trascinandomi Lila dietro. Per fortuna la vescica straripante mi ha dato la spinta per correre nel bar: altrimenti avrei tergiversato un bel po’ davanti al locale, dispiaciuta da tornare in un posto nostro senza di te. E sarebbe stato un dolore inutile. Viva la pipì, quindi!

Dopo aver svuotato la vescica compro un toast da portarmi dietro. La mia destinazione la conosco molto bene ed è una sola: “La via dell’amore”, nel gergo ligure detta “Via de l’Amùu”, il sentiero che unisce Manarola e Riomaggiore. È stato lungo questo meraviglioso sentiero panoramico che abbiamo suggellato il nostro amore.

«Sai Lila?» dico alla cucciola, mentre ci inerpichiamo lungo il sentiero. «Qui io e… Beh, sì, abbiamo impresso qualcosa di noi!» le racconto, evitando di pronunciare il suo nome o di dire il tuo papà, come facevo tranquillamente fino a pochi giorni fa, quando ancora mi addormentavo appoggiata alla sua schiena.

La rabbia mi assale al pensiero di essere stata lasciata così, senza preavviso, senza scuse. Inizio a camminare più velocemente. Forse hanno ragione tutti a dirmi che potevo starmene a casa e digerire la separazione da Torino. Tuttavia, mentre salgo lungo il meraviglioso sentiero nel freddo dell’inverno, con il sole coperto dalla foschia e il mare che luccica glaciale, sono felice di essere venuta a cercare quel segno che abbiamo lasciato.

Mi soffermo a leggere qualche nome qua e là, godendomi il panorama (o prendendo tempo?).

Lara e Piercarlo

Michele e Paola

Gianluca + Marta

Le diverse calligrafie e colori mi aiutano a distrarmi, ma il cuore mi batte a mille. Sto tergiversando. La Via dell’amore è un sentiero lungo il quale gli innamorati possono scrivere le loro inziali, i nomi, o le dediche negli appositi spazi. Noi abbiamo avuto una fortuna in più: quel giorno lontano, proprio mentre camminavamo per la via degli innamorati, un paletto del corrimano si stava staccando e un muratore stava cementando il tutto, per evitare che qualcuno cadesse proprio da lì. Faceva freddo, ma il sole era luminoso, e c’era poca gente. Stavamo cercando un punto vergine in cui lasciare la nostra firma, ma sembrava tutto già occupato. Non c’era posto per il nostro amore? Il muratore che stava effettuando la manutenzione, vedendomi in difficoltà, mi ha fatto una bellissima proposta.

Perché non lasciate un’orma nel cemento? Durerà più a lungo!

È questo il motivo per cui ho speranza di ritrovare il segno del nostro passaggio, durante quella bellissima vacanza. Sicuramente due nomi scritti a penna sarebbero sbiaditi, ma forse le nostre impronte sono ancora qui, a godersi il mare.

Prima di continuare decido di fermarmi a mangiare il toast. C’è un meraviglioso parco giochi qui lungo la via: la vista mozza il fiato. I bimbi sono a scuola, sono l’unica persona sulle panchine del parchetto. Mi siedo, rabbrividendo al venticello che profuma di salsedine, poi smezzo il panino con Lila. Mi rilasso sulla stessa panchina dove mi ero seduta con te. Il dolore pulsa, capisco che è ora di concludere la mia missione e tornare a vivere.

Io e Lila camminiamo un po’, dei nostri segni passati nessuna traccia: inizio a perdere la speranza. Forse non sono più visibili le nostre orme. Forse sono state di nuovo cementate. Invece finalmente eccole.

«Lila, eccole, eccole!» urlo, e insieme corriamo vicino a quel pezzetto cementato. Inizio a piangere nel vedere un pezzo di te. Traditore, abbandonarmi così! Da sola!

Singhiozzo, ma Lila mi consola, saltando e guaendo. Le sorrido.

No, non mi hai abbandonata da sola. Mi hai lasciato lei, penso, mentre sfioro l’impronta della mia scarpa e quella della tua zampa. Non mi hai lasciata sola, hai messo incinta la barboncina della portinaia e mi hai donato una bellissima cucciola con i tuoi stessi occhi colore del cioccolato.

Mi asciugo il naso nel fazzoletto. Non è colpa tua se il tumore ha manifestato i suoi sintomi e ti ha strappato a me in due giorni soltanto, senza darmi il tempo di capire che eri malato e che avrei dovuto portati dal veterinario. Non è colpa tua se quando mi sono svegliata tu eri volato via, nella notte, senza un lamento.

«Addio Birillo.» dico, affondando il dito nell’orma canina impressa nel cemento.

Mi alzo, osservo le nostre impronte, il mare e Lila.

«Andiamo.» dico rivolta alla cucciola, continuando a camminare lungo il sentiero. Nessuno di loro aveva ragione: mia madre, il datore di lavoro, mio fratello e tutti quanti. Mi ha fatto bene venire qui. Ora posso andare avanti, e chissà, un giorno oltre a Lila potrò portare un altro cane abbandonato com’eri tu, sulla Via de l’Amùu.

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DR. JECKYLL E MR. HYDE

No, non parlo dello strano caso di Dr. Jeckyll e Mr. Hyde. O, almeno, non di quello più noti a tutti. Voglio sfogarmi su un episodio alquanto inquietante che ha scombussolato le mie certezze. Qualcosa di paranormale e anomalo. Una tragica disavventura che ha colpito il mio cellulare.

Premessa

Io mi perdo. Sempre. Senza il supporto di una guida o di un navigatore non riesco neppure a trovare il bagno di casa mia. Solo chi come me è affetto dalla sindrome del Pipistrello con il radar rotto sa cosa significhi dover uscire di casa e recarsi in luoghi sconosciuti. Probabilmente anche il caro Dante Alighieri ne soffriva, altrimenti come si spiega che sia finito nella selva oscura? Ecco, dicevo. Io mi perdo. Sempre. E quindi ho benedetto in tutte le lingue il GPS. Vi assicuro che senza di esso non sarei mai andata da nessuna parte. Invece, incoraggiata dalla voce del mio navigatore, ho sfidato la sorte e mi sono avviata per contrade straniere. Ho cambiato valle. Sono andata a Torino (ma guidare in città non mi piace molto neppure con il navigatore, maledetti controviali). Ho calcato asfalti che mai avrei pensato di poter profanare.

E poi.

E poi ho cambiato cellulare: il  maledetto navigatore del nuovo telefonino è sempre confuso. Il segnale GPS si interrompe ancora prima di poter avviare l’operazione, come se volesse dirmi “Lascia perdere, se cambia qualcosa mi faccio vivo io”. Soffro, non posso più uscire di casa, ho paura, mi sono procurata cartine stradali perché il mondo mi è di nuovo ostile, ma spesso sono tentata di usarle per farmi una canna e dimenticare dove sono. Poi mi ricordo che non ho bisogno di dimenticare dove io sia, perchè grazie al segnale GPS mi sono persa e la mia ubicazione mi è sconosciuta senza bisogno di fumarmi le cartine stradali. Mi sento sola, sento che il navigatore ha bisogno di prendersi una pausa di riflessione, ma io non  mi sento pronta. Ho bisogno di lui.

Ma torniamo a noi.

Sì, torniamo a noi, perché non  volevo parlarvi dell’incrinatura che si è creata tra me e il navigatore, no. Volevo parlarvi di qualcosa di più inquietante. Inizialmente credevo che il Tom Tom avesse un’altra, ma poi ho capito che in realtà soffre di sindrome di doppia personalità. Un bel giorno, un giorno bello sul serio, perchè il navigatore stava funzionando, la voce adulta e un po’ arrogante che di solito mi indica la retta via (anche se ultimamente tende più che altro a mettermela nel retto)… è cambiata. Non c’era più quella saccente antipatica che dà tutto per scontato, ma una voce giovane e metallica. Credevo di essere impazzita, invece l’episodio si è ancora ripetuto, più e più a volte, tanto che a volte le due si parlano sopra, confondendomi ancora di più. Chi di voi ha letto “L’Ospite” di Stephenie Meyer? Un’entità aliena e priva di corpo si impossessa di una ragazza, soffocandone la personalità, fino ad abbandonare il suo ruolo di parassita per trasformarsi nell’anima vera e propria della giovane, sfrattando quella originaria. Ho paura che sia lo stesso per il mio navigatore! Abitando vicino al Musiné (il monte degli alieni) ed essendo il Tom Tom in contatto con satelliti che gravitano nello spazio, non potrebbe essere successo lo stesso anche lui? Che dite, chiamo un esorcista?

Ho bisogno di Adam Kadmon!

 

 

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LICENZIARSI

Ok oggi ho fatto una cosa… Mi sono “licenziata” (se così si può dire visto che era un tirocinio) da un posto dove mi sfruttavano per lavorare da casa per pochi soldi, ma con prospettive di crescita. Ora ho il magone mi chiedo se ho fatto bene, so che non avevo molta altra scelta… guadagnerò uguale ma forse sarò gratificata.

 

Cerco conforto….

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